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L’Italia alla prova del turismo musulmano

10/12/2018 - numero Edizione 1560

Le opportunità per intercettare un target in forte crescita

Il turismo alla sfida del mondo musulmano. Nessuna guerra santa, naturalmente, ma piuttosto la consapevolezza che quello islamico è un target che cresce in maniera esponenziale. A darne ulteriore conferma è arrivato l’ultimo “World Travel Monitor” di Ipk International, che ha spiegato come i mercati turistici con prevalente popolazione musulmana siano cresciuti, negli ultimi 5 anni, con tassi superiori del +40% rispetto agli altri paesi del mondo.

I trend
Quello musulmano è il gruppo religioso che cresce più rapidamente: nel 2030 un quarto della popolazione mondiale sarà di fede islamica. Da qui la necessità di conoscere i comportamenti e le esigenze di questa fetta di mercato sempre più rilevante, che tuttavia è difficile profilare in maniera univoca, come d’altronde sarebbe vero per ogni gruppo religioso diffuso in tutto il mondo. Il segmento del turismo muslim, secondo Ipk, dimostra di apprezzare i city break – oltre un terzo del totale dei viaggi - più delle vacanze sun&beach, con una preferenza per lo shopping piuttosto che per le visite ai musei o il classico sightseeing e una importante fetta di viaggi a scopo religioso. I viaggiatori musulmani sono inoltre mediamente più giovani rispetto agli altri: il 75% di essi è tra i 25 e i 44 anni e nella maggior parte dei casi dotato di un’alta scolarizzazione. E se la destinazione più gettonata è quella degli Emirati Arabi, seconda arriva la Germania, seguita da Arabia Saudita, Malesia e Singapore.
E l’Italia? Rispetto ad altri paesi europei, il nostro turismo, e in particolare la ricettività, è senza dubbio ancora ai blocchi di partenza nella corsa per risultare attrattiva agli occhi di milioni di turisti islamici che ancora oggi, nell’anno di grazia 2018, raramente trovano la giusta attenzione alle loro esigenze religiose, anche a quelle più basilari, prescrizioni sul food in testa.
Come migliorare? L’abbiamo chiesto a IlhamAllah Chiara Ferrero, tra i soci fondatori e responsabile per la comunicazione di Halal Italia, che certifica i prodotti agroalimentari, cosmetici, farmaceutici che rispettano le regole islamiche di liceità (halal). Ferrero è anche coordinatrice del progetto Muslim Hospitality, avviato nel 2014, per la certificazione di servizi di ospitalità islamica nel settore turistico e ricettivo.

La situazione in Italia
“In questo momento storico – ci spiega Ferrero - essere Muslim friendly potrebbe significare semplicemente avere una mentalità aperta nel riconoscere culture e tradizioni che il mondo islamico esprime attraverso una civiltà di grande ricchezza e persino raffinatezza. Si tratta quindi di avere una formazione culturale ed eventualmente anche linguistica volta ad accogliere quei turisti che non parlano necessariamente l’inglese e il francese bensì l’arabo, il farsi, il turco, il russo, l’urdu e il malè”. Fatto questo primo passo, il successivo è “quello di non associare la nazionalità di una persona con la sua religione, e su questo aspetto, ogni tanto, ho visto qualche albergatore andare in crisi”.
Ma qual è lo stato dell’arte italiano al momento? “In Italia ci sono pochissimi alberghi che stanno facendo esperimenti più o meno di successo per attirare turisti musulmani di alto livello, soprattutto arabi. Stiamo parlando al massimo di una decina di strutture tra Venezia, Milano, Roma e Firenze. Siamo molto indietro rispetto ad altri paesi europei come il Regno Unito, la Germania, la Spagna e la Francia che rimangono, dunque, le mete preferite proprio perché più attrezzate e più professionali nell’aver affrontato un’ospitalità adeguata per il mondo islamico in generale e non solo arabo”. Quanto alla posta in gioco, “le stime a livello mondiale, in aumento ogni anno, parlano di circa 120 milioni di turisti musulmani con una spesa annua di 150 miliardi di dollari. L’Italia non può puntare sulla quantità, perché le nostre città d’arte non consentono di ospitare moltitudini di turisti. Ciò che manca è il turismo territoriale che sappia mettere in rete le grandi città con i piccoli centri o con i centri che hanno avuto un turismo importante ma che stanno morendo. Credo che su questo fronte la certificazione halal potrebbe aiutare un rinnovamento che è sempre più saggio saper anticipare, anche dal punto di vista imprenditoriale”.

Dove investire
Quanto agli investimenti necessari per risultare attrattivi per questo target, Ferrero spiega che, erroneamente, “spesso si pensa di dover ‘confessionalizzare’ le strutture, ad esempio, dotando le camere di tappetini per la preghiera e copie del Corano”.
Invece “il punto forte dell’Italia è il cibo e sarebbe strategico partire proprio da lì. Una volta elaborata un’offerta seria sul halal food, il cibo considerato lecito, allora si possono fare valutazioni su come servire questo cibo durante il mese del digiuno rituale, il Ramadan, implementando il room service nelle ore notturne, quindi investendo anche sul personale. Per le infrastrutture e i servizi forse dobbiamo attendere tempi più maturi da un punto di vista culturale”. Da qui la possibilità di una certificazione, che “è indubbiamente il miglior biglietto da visita che garantisce l’affidabilità di una struttura relativamente al tema del halal ed evita le gaffe del ‘fai da te’. La visibilità che deriva dalla certificazione può essere molto proficua per accedere a canali di diffusione interni ai diversi Paesi a maggioranza islamica (ve ne sono 57). Sempre più spesso gli alberghi sono sottoposti a una miriade di stimoli per rendere attraente un’offerta molto personalizzata. La certificazione Halal Italia punta a mantenere la struttura fruibile a più tipologie di turisti senza però omologare l’accoglienza”.

L’enogastronomia
Uno dei principali cluster dell’accoglienza resta senz’altro quella dell’enogastronomia. Con le relative regole: “Il vino e gli alcolici non sono consentiti – spiega Ferrero - neanche nella preparazione dei piatti. Risotti sfumati con il vino bianco, brasati al barolo e babà al rum vanno bene per altri turisti o per i musulmani che non sono osservanti. Le restrizioni alimentari sono in realtà pochissime ma devono fare i conti con la sofisticazione dell’industria”.
Così, per fare qualche esempio, “il suino e i suoi derivati non sono consentiti, quindi anche le gelatine animali. La carne va macellata secondo un rito religioso, come per il mondo ebraico, quindi anche il caglio usato per i formaggi dovrà provenire da animali macellati ritualmente. Poi ci sono alcune prescrizioni che vengono declinate in maniera diversa a seconda delle diverse scuole giuridiche islamiche. È il caso dei pesci: alcune scuole non considerano leciti polpo, molluschi e crostacei, altre invece li consentono”.
Poi Ferrero dà un’indicazione nel merito: “Attenzione a non confondere la qualità del halal con la cucina etnica. È proprio questa confusione tra esotismo, tradizioni etniche e necessità religiose che va chiarita in modo da rendere efficaci ed efficienti i servizi delle strutture ricettive. Quello che manca nella cucina italiana sono lasagne halal, tortellini halal, panne cotte halal... Inoltre si possono valorizzare i piatti italiani tipici piccanti, dalla paste alle zuppe, o gli affettati che abbiamo dimenticato, come quelli d’oca e di bovino. Molte bresaole della Valtellina sono già certificate halal per esportarle, ad esempio, nei mercati del Golfo. Trovo ridicolo che un turista musulmano si a-stenga dal mangiare un risotto perché il brodo potrebbe essere di carne oppure avere dei dubbi se il gelato sia lecito o meno”.

Un ponte tra mondi diversi
Qualche mosca bianca c’è: “A Milano – racconta Ferrero - un albergo a 4 stelle vicino a Piazza del Duomo ha destinato una camera vuota per la preghiera del viaggio utilizzabile dai clienti anche dopo il check-out. Un gesto di cortesia fatto con intelligenza e buon gusto molto lontano dall’allestire una moschea all’interno di un albergo. Se il Museo egizio di Torino viene messo sotto il torchio mediatico perché ha fatto un’azione di marketing specifica per il mondo islamico, capisco che gli alberghi possano avere reticenze a pubblicizzare i loro servizi halal. La speranza di Halal Italia è proprio che la certificazione, fatta con serietà, possa mettere al riparo da certe strumentalizzazioni e contribuire serenamente e in modo costruttivo a gettare ponti tra mondi diversi”.       

 

La certificazione kosher 

Certificarsi come hotel kosher significa avere un top di gamma nella propria offerta: chi è in cerca del kosher in Italia preferisce spendere per un 4 o 5 stelle”. E’ questo il principale vantaggio della certificazione che garantisce il rispetto dei principi alimentari della religione ebraica secondo Meyer Piha, general manager di Iku – Italy Kosher Union, realtà che si occupa per l’appunto di verificare e attestare l’aderenza alle prescrizioni enogastrono miche della Torah delle aziende che vogliono aprirsi a questo mercato. Quanto all’investimento effettivamente richiesto agli albergatori su voci quali infrastrutture, servizi, food o personale per rendersi kosher, Piha spiega che “in genere non si richiede un investimento particolare: viene invece richiesta una cucina dedicata, ma molte strutture alberghiere sono già predisposte. Chi già si occupa di offrire un servizio kosher ha la sua organizzazione: personale di controllo e cuochi che vanno ad aggiungersi a quelli esistenti”. E se oggi in Italia le strutture ricettive “kosher friendly” tutto l'anno sono “pochissime”, diverse allestiscono un servizio “stagionale” dedicato ai clienti ebrei osservanti in particolari periodi dell’anno: “spot estivi e invernali, che tuttavia sono ancora pochi per il potenziale, mentre per la Pasqua ebraica c’è un’offerta discreta e in crescita, specie al nord”.

Eppure, secondo Piha, “almeno il 60% del totale dei turisti di religione ebraica” cerca hotel certificati kosher nei quali alloggiare: “Il kosher è una piccola nicchia, ma in crescita per l'offerta turistica in Italia e richiesta tutto l'anno, oltre che nei periodi di picco: ad oggi – rimarca il manager sottolineando le opportunità di crescita del settore in Italia - l'offerta kosher è di 10-12 strutture 5 stelle”.                                   



Gianluca Miserendino

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