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Startup, in Italia pochi investimenti

Pietro Ferraris, Ast: “Il 2016 non è stato un buon anno. Mancano i round di follow-up”

Tra il 2012 e il 2016, 74 startup dell’Associazione startup turismo hanno raccolto 25 milioni d euro d’investimenti, dei quali però 15 sono andati ad una sola, Musement. Un quadro che mostra chiaramente quanto l’Italia sia avara di fiducia nei confronti dell’ecosistema dell’innovazione. E’ quanto emerge da un’analisi interna di Ast, la quale accoglie 109 aziende delle 144 italiane complessive a occuparsi di turismo/cultura. Più precisamente, non è tanto il “la” che manca agli investitori per impegnare alcune decine di migliaia di euro che servono a far partire l’embrione del progetto, quanto il cospicuo rimpinguo successivo che lo fa crescere. Ci spiega meglio il presidente del sodalizio, Pietro Ferraris, che in Lastminute.com si occupa dello sviluppo mobile.

“Il male peggiore è che mancano del tutto i follow-up, a fronte di una raccolta del primo seed abbastanza facilmente, anche se di norma inferiore ai 50mila euro”. Questo che in gergo è chiamato “seed” non viene proseguito e ne risulta una condizione negativa soprattutto per chi investe: “Con poche migliaia di euro s’illudono di avere un ritorno d’investimento, mentre le società s’illudono di avere iniziato un percorso di fundraising che finirà in una perdita di tempo per due anni e nel frattempo il business sarà diventato meno attrattivo”.

A questo punto le startup scelgono di emigrare verso ecosistemi più efficienti, gli Stati Uniti, oppure Londra e Berlino. Nonostante in Italia si siano fatti importanti dichiarazioni di sostegno economico nei confronti dell’innovazione digitale, “questi fondi raramente sono arrivati fino alle imprese”.

“Basterebbe che ci togliessero l’Inps”

Una proposta molto pragmatica viene da Ferraris, che vive da vicino con gli imprenditori giovanissimi cercando di instradarli verso modelli di revenue efficaci e sviluppare in loro le capacità per presentarsi all’industria dei viaggi. “Basterebbe che ci togliessero i 4mila euro di Inps all’anno per ogni founder, che in una startup con tre di essi significa destinare questo importo ad assumere uno sviluppatore o investire mille euro al mese per acquisire clienti”.

Chi investe e quanto

Le 74 startup rispondenti all’indagine mostrano che sono i fondi di investimento la prima fonte di capitale all'ecosistema, in un piccolo numero di operazioni (8) e per 16 milioni in tutto (14mln a Musement). I fondatori e i loro familiari (in pratica autofinanziamento) rappresentano la risorsa per 90 piccole iniezioni di denaro nei quattro anni, per tre milioni. “Altri sei milioni provengono da angels, enti regionali, premi per le startup, incubatori e acceleratori, banche e altro. In totale circa 40 deals effettuati”, sottolinea il manager. E se a questo quadro togliamo la startup che “inquina” i risultati, cioè Musement si nota che angels e premi hanno pesato per il 60% dei finanziamenti, mentre l’autofinanziamento per il 30% diventando le prime voci di funding per appena 9 milioni.

Concludendo, il 2016 non è stato un buon anno per raccogliere investimenti. “E’ grave la mancanza dei round di follow-up. E' ‘facile’ raccogliere 100-200mila euro, poi è quasi impossibile accedere al round successivo”. p.ba.

L’analisi di Ast presentata alla Bto di Firenze fa da tassello a una più ampia ricerca condotta dal Politecnico di Milano nell’ambito degli Osservatori digital innovation, su campioni di società innovative aderenti all’associazione e propri, che verrà sviluppata in una intervista alla ricercatrice Eleonora Lorenzini

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