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L’American Dream e il muro delle alleanze

16/02/2015 - numero Edizione 1466
Il sogno transatlantico low cost è finora realizzato in parte, in base a un vuoto normativo e frenato da una comunissima azione di lobbying americana. La norvegese Norwegian Air attualmente vola sugli aeroporti di New York, California e Florida sotto la bandiera della sua società madre, cioè Norwegian Air Shuttle (Nas: basata in Norvegia, che non fa parte dell’Ue), mentre la filiale lcc conosciuta come Norwegian Air International (Nai: basata in Irlanda che è membro dell’Ue) aspetta da un anno l’autorizzazione definitiva del Dot Usa per potere volare da e per gli scali degli accordi Open Skies.
L’ardita richiesta di entrare nei mercati degli Stati Uniti e dell'Unione europea con tariffe da 150 dollari a tratta sta facendo scervellare il settore del trasporto aereo da molti mesi ormai. La compagnia di Oslo sostiene che i detrattori stanno semplicemente cercando di proteggere le posizioni attuali sui mercati aerei internazionali, limitando la competizione.
Ora, a Washington sono in atto alcune manovre di sensibilizzazione politica da parte di gruppi a sostegno dei consumatori, che premono sul Dipartimento dei trasporti perché approvi la candidatura della compagnia, mentre dalla parte dei sindacati dei dipendenti del settore cominciano a vacillare le posizioni.
Da una parte chi asserisce che Norwegian offrirebbe tariffe low cost andando a tagliare tutele, dall’altra chi si è accorto che le fusioni tra i grandi gruppi hanno limitato la concorrenza sui voli intercontinentali. “Di fatto, gli attuali servizi forniti dalla società madre della Nai tra Europa e Stati Uniti hanno creato decine di migliaia di nuovi posti di lavoro a Fort Lauderdale, Orlando, New York City e Los Angeles”, dicono i favorevoli.
Ma l’attività di lobbying a Washington da parte delle tre alleanze è fortissima, si pensi che esse controllano l’80% del mercato di queste rotte, il più redditizio di sempre. Tuttavia, i controllori del trasporto aereo degli Stati Uniti ritengono che le normative aeronautiche irlandesi sono più permissive rispetto alle altre nazioni europee, di qui la motivazione dell’attesa, che a settembre 2014 ha incassato ancora una frenata dall’amministrazione di Obama. “Ma il conflitto dovrebbe terminare – spiega Steven Truxal, professore alla City University London ed esperto in diritto dell’aviazione – e l'approvazione degli Stati Uniti dovrebbe essere più o meno automatica in quanto le due società nel loro insieme (l’una con sede in Norvegia e l’altra in Irlanda) si avvalgono di un vuoto giuridico nel diritto comunitario che ha come effetto l’articolo 6 bis dell'accordo Ue-Usa sui trasporti aerei del 2010. Esso prevede in questo caso che gli Stati Uniti riconoscano la norvegese come una compagnia aerea dell'Ue con sede in Irlanda e permettano in maniera non discriminatoria la parità di trattamento per le altre compagnie aeree con sede nell'Ue rispetto allo spazio aereo transatlantico”.
Così, se il Dot continua a respingere la domanda di Norwegian, metterà gli Stati Uniti nella posizione di violazione dell’accordo multilaterale.

Paola Baldacci

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