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Un traino economico concentrato su pochi attrattori

12/10/2020 - numero Edizione 1593

L’analisi del Ciset evidenzia una polarizzazione tipicamente italiana

Si tratta di un segmento che ha un deciso impatto economico, almeno pre-Covid: è il turismo archeologico. Secondo un’indagine di Boston Consulting che ha analizzato 358 musei statali, sono stati 117mila i posti di lavoro generati come indotto dalle attività svolte e 278 milioni di euro di ricavi da visite e attività. Esistono, tuttavia, dei “ma”. I dati sui visitatori dei musei e delle aree archeologiche italiane, rivela il Ciset, “mostrano un livello di concentrazione enorme su due attrattori: il circuito Colosseo-Foro Romano-Palatino e quello di Pompei-Ercolano che nel 2018 registrano oltre 11 milioni di visitatori. Più in generale, comunque, i dati Mibac mostrano come i visitatori tendano a fermarsi presso alcune grandi icone del patrimonio: i primi 5 attrattori tra musei e aree archeologiche statali raccolgono, infatti, oltre il 30% degli oltre 55 milioni di visitatori. Ancora meno distribuiti gli introiti: in questo caso i primi 5 attrattori (Colosseo, Pompei, Uffizi e Accademia a Firenze e Castel Sant’Angelo) rappresentano addirittura quasi il 60% degli introiti, con Pompei e circuito del Colosseo che generano il 41%”.
Questa concentrazione è un fenomeno che perdura, in base alle analisi che ogni anno Ciset presenta nell’ambito di tourismA organizzata da Archeologia Viva (Giunti Editore), svoltasi a Firenze dal 21 al 23 febbraio 2020 e giunta ormai alla sesta edizione (nel 2021 si terrà, invece, a ottobre).
Nel dettaglio delle aree e musei archeologici, oltre a Colosseo e Pompei, anche il Museo Egizio di Torino e quello Archeologico di Napoli figurano, insieme alle aree di Ercolano e Paestum, nella classifica dei primi 30 attrattori statali. Colpisce, però, la concentrazione, con il Museo Egizio, terzo classificato, che conta neanche un terzo delle visite di Pompei e quello di Napoli che, come quarta attrattiva archeologica, richiama l’8% delle visite rispetto al Colosseo. Per fare un altro esempio, Villa Adriana e le Terme di Caracalla, che rientrano comunque entro le prime 10 attrattive archeologiche, registrano circa 230.000 visitatori nel 2018, pari a meno di un decimo di Pompei.
“Questa polarizzazione dei visitatori viene rilevata da ormai tre anni dai dati – evidenzia il Ciset -. Il 2018 si distingue per una particolare concentrazione degli introiti: le prime 5 attrattive nel 2017 portavano il 57% degli incassi, mentre nel 2018 tornano al 59% del 2016, sia per effetto di un aumento dei visitatori paganti presso i ‘soliti noti’ sia probabilmente per l’aumento del prezzo del biglietto di ingresso a Pompei”.
Si tratta di un elemento che distingue la situazione italiana da altre: “Ad esempio in Inghilterra, tra le attrattive a pagamento, una molto centrale come la Torre di Londra registra 25,8 milioni di visitatori – prosegue il Ciset -, ma i più periferici bagni romani di Bath ne portano 1,3 e la decima attrazione di tipo storico/culturale, Tatton Park nel Cheshire raccoglie circa un terzo dei visitatori della Torre. Stessa situazione per le attrazioni gratuite, in cui la British Library, al decimo posto, comunque ha un numero di visitatori corrispondente al 20% rispetto al British Museum”. A cosa è dovuta questa polarizzazione? “Alla forte componente di turismo di sight-seeing tradizionale – risponde il Ciset - che caratterizza in particolare le quattro mete principali in Italia, Roma, Firenze, Venezia e Napoli, dove si trovano, non a caso, tutti gli attrattori con il maggior numero di visitatori e i più alti introiti. Mete che, peraltro, presentano componenti rilevanti di turismo extraeuropeo: le prime otto provenienze extraeuropee sono quasi il 50% degli arrivi internazionali a Firenze, mentre le prime 10 a Roma rappresentano oltre il 40% dei turisti stranieri”.     



Nicoletta Somma

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